Lettura Poesia Abbandono Vigano' Lecco

Lettura Poesia Abbandono Vigano' Lecco
Vincitrice del 1^Premio sessione adulti

domenica 2 novembre 2014

Nata in un giorno di pioggia

 

Pensieri, rinchiusi in una bolla di sógno, abbandonano realtà indesiderate, crude come carne appena abbattuta; brutali i colpi inferti dalla mano del giorno bòia. Il tempo, esperto macèllaio, con la mannàia, miete spighe dorate, curve dal sole che mai lambisce.

 

In quel piccolo borgo di campagna, dove la vita si era fermata ancor prima di germogliare, vivevano poche anime, non v’era nulla se non la terra da coltivare e quel panorama dove sovente, si fermava lo sguardo, inerpicandosi lieve sul pendìo della collina circostante.

 

La vita, aveva la cadenza della monotonia, al canto del gallo, erano già chini sulla terra sperando che il raccolto, anche quell’anno non li avrebbe traditi. Negli ultimi trascorsi, sembrava fosse tempo di carestia, la terra non dava più alcun raccolto e, le poche anime rimaste, per poter sopravvivere a quegli inverni bui riscaldati da una fievole fiamma di un camino, dovettero prendere una decisione definitiva, andare altrove. Quindi, pian piano, anno dopo anno, quel borgo diventò pressoché inanimato, quasi disabitato. 

 

Il tempo, certo non favoriva l’agricoltura, anzi. Forse la colpa era da attribuirsi all’ubicazione del borgo stesso, alla sua estensione delimitata da quelle colline che come massicce mura di una fortezza, proibivano l’accesso alla luce del sole, al suo calore ed ogni forma di vita, si spegneva ancor prima di gèmere. Certo, era protetta dai venti, ma poco serviva se poi il cielo era sempre coperto da nuvole e la pioggia onnipresènte.

 

Gli anziani del posto, dicevano che quel terreno era ottimale per coltivare il grano, peccato che la pioggia non li aiutava e subito dopo la semina, le sementi erano già marcie. Nemmeno i corvi si avvicinavano ai campi, sembrava fossero maledetti. Eppure, al di là delle colline i pendii erano colmi di vite, filari da un lato all’altro, la ricoprivano tutta ed ogni anno le vendemmie erano sempre più promettenti.

 

Purtroppo, non si poteva dire lo stesso per i campi del borgo che per tutto l’arco dell’anno, vivevano immersi nell’acqua. Il paesaggio, effettivamente, era alquanto surreale, quasi impossibile da raccontare. La luce, era quasi inesistente, le giornate erano continuamente velate, una sorta di penombra e quando non pioveva, l’aria lasciava sulla pelle un velo di umidità. La foschia, era perenne, non aveva stagione, sembrava, fosse stata lasciata in eredità.

 

La famiglia di Andrea, aveva sempre vissuto là da generazioni, combattuto il tempo con le sue insidie senza demordere, inventando soluzioni che potessero ridurre il danno al loro raccolto, il nonno Giovanni, dopo la prima delusione che battezzò la grande sconfitta, non dormì più la notte, si mise a studiare soluzioni per poter ottimizzare quella terra e ricevere in cambio la sussistenza, almeno per la sua famiglia. Quei tempi erano assai duri e Giovanni, sposato con Caterina, aveva due figli piccoli Luca e Maria, viveva con loro anche la sorella di Caterina, Lucia. Era ancora “signorina”, aiutava Caterina coi bambini per alleviarle il carico familiare, in più non sapendo cucinare si occupava anche delle pulizie domestiche, era maniacale!

 

Giovanni, come capo famiglia, aveva il compito di provvedere al sostentamento della sua famiglia come tutti gli uomini di quel tempo e non poteva permettere alle circostanze di prendere il sopravvento. Da allora, iniziò il suo cammino verso una strada a lui ignota ma dettata dalle regole della sopravvivenza. Pochi giorni dopo quella sconfitta di un raccolto inesistente, parlò con la moglie Caterina, le espose i suoi progetti fermo della sua consapevolezza, si vestì e saltò in groppa al suo cavallo. Si diresse al di là delle colline, lasciando alle sue spalle, quelle condizioni inaccettabili. Giunto nel centro abitato, chiese dove avrebbe potuto acquistare carta e matita. Gli indicarono di rivolgersi alla bottega “Il maestro con la Penna”, lì sicuramente avrebbe trovato quello che cercava.

 

Gli spiegarono la strada, seguì attentamente le indicazioni e vi giunse in un battibaleno. Legò il cavallo con le briglie ad un’asse di legno, salì i gradini anch’essi di legno, giunto alla porta d’ingresso della bottega, si soffermò ad osservarla. Era così decorosa e decorata, una maniglia di ottone talmente brillante che pareva oro, i vetri, talmente lucidi che sembravano specchiare tutto l’arredo interno al di fuori della bottega e le vetrine, disposte ai lati della porta, mostravano oggetti di cancelleria che solo nelle case dei nobili di allora si potevano osservare, matite colorate, mappamondi, luci da tavolo, stilografiche e calamai di cristallo.

 

Dolcemente, posò la mano sulla maniglia, spinse verso il basso aprì la porta per entrarvi ed udì il suono di un campanello ad annunciarlo. Giovanni, meravigliato del bel vedere in quella bottega, rimase incantato a d osservare l’arredo in massello di legno dove ogni scaffale, mobile erano colmi di oggetti che avrebbero fatto invidia o ingolosito il più prestigioso architetto. Una voce da dietro una libreria disse: Buongiorno signore, in cosa posso esaudirla, nel frattempo il maestro con la penna sporse la testa al di fuori della libreria, con un libro in mano gli venne incontro.

 

Buongiorno signore, ripeté, sono Antonio, il proprietario di questa bottega, in cosa posso esserle utile?

Intanto gli offriva la mano in segno di un cordiale saluto. Antonio, era un uomo d’arte, viveva per l’arte in ogni sua forma ed essenza, dall’aspetto cordiale, vestito come un nobile ed un volto che diffondeva sapere. Giovanni si riprese subito, gli strinse la mano e si presentò. Antonio, gli chiese cosa l’aveva spinto a spostarsi oltre le colline visto che in quella cittadina nessuno vi era mai andato, e da lui seppe che era il primo uomo del borgo che si affacciava in quella cittadina.

 

Antonio, avvertì dalla stretta di mano decisa di Giovanni che costui era un uomo ostinato con tante doti nascoste che dovevano emergere. Con tono amichevole, Antonio gli propose di bere insieme una tazza di tè caldo e nel frattempo esporgli come fosse giunto nella sua bottega e quale motivo l’aveva spinto. Giovanni, acconsentì ringraziandolo. Oltre l’ultima libreria, in fondo al negozio, apparentemente nascosto, c’era un altro locale adibito a sala conversazione con tre tavolini rotondi ed un bancone con un fornello sempre acceso, teiere e tazze. Alle spalle, fissate al muro, una sequenza di mensole su cui v’erano in fila come soldati, contenitori cilindrici di vetro trasparente con ogni tipo di tè nei diversi colori ed essenze orientali.

 

Seduti al tavolo, sorseggiando tè caldo, i due cominciarono a parlare. Giovanni gli raccontò della sua terra, del clima ostile, la necessità di sperimentare a trovare una soluzione per renderla fertile affinché i semi non marcissero. Aveva bisogno di fare disegni, schizzi provare a costruire un sistema che gli avrebbe permesso di vivere col suo lavoro, della sua terra. Spiegò che nella mente aveva le idee ben chiare ma l’unica cosa che gli mancava, affinché potesse realizzarle, era disegnarle su fogli di carta anche perché, solo così sarebbe riuscito, nel caso in cui i suoi progetti in fase di realizzazione mostravano delle carenze, a rimediare.

 

Antonio, ascoltò Giovanni attentamente, quand’egli finì di raccontare, gli offerse la sua collaborazione, gli disse: Giovanni io le posso fornire gratuitamente tutta la carta e le matite che necessitano a questo progetto a patto che anch’io possa aiutarla, non solo col materiale che le metto a disposizione, ma anche con la mia esperienza, nel progetto sia in fase di disegno che di realizzazione. Che ne dice?

Giovanni, rimase al momento senza parole, poi rispose Antonio, lei mi lusinga, io non so nulla di lei ma sono sicuro di non sbagliarmi, sa la prima impressione è quella che vale e la mia non mi ha mai tradito, pertanto le dico di sì, accetto. Antonio, mi perdoni ma come farà col suo lavoro qui, la bottega?

 

Antonio, gli sorrise, gli ripose non si preoccupi Giovanni, momentaneamente, posso permettermi di chiuderla. La riaprirò quando questo lavoro sarà compiuto, forse. Ma come, rinuncia a questa splendida bottega? Giovanni mi ascolti, non rinuncio, per il momento, mi interessa il suo progetto, essere partecipe, diciamo che prendo per me solo una pausa, poi deciderò che fare.

 

Con una stretta di mano, venne concluso l’accordo. Antonio si alzò, disse a Giovanni di aspettarlo lì un attimo, si diresse nel cuore della bottega e cominciò ad aprire cassetti ed ante tirando fuori fogli di carta di varie dimensioni, matite, nastri metrici e qualsiasi tipo di materiale potesse servire all’intento. Ritorno da Giovanni e gli disse venga, le mostro cosa al momento può servire, Giovanni lo seguì e vide su di un vecchio bancone ristrutturato, tutto quel materiale che Antonio aveva accuratamente disposto per tipo. Fece un conto rapido ed esclamò come faccio a portarlo? Sono venuto a cavallo, 

rischio di perderlo durante il tragitto di ritorno.

 

Effettivamente, rispose Antonio e aggiunse io ho una macchina, possiamo caricare tutto nella mia automobile, leghiamo il cavallo alla macchina e pian piano ci avviamo nel tuo borgo. Posso soggiornare da te? Scusi, Giovanni non volevo mancarle di rispetto le ho dato del tu. Di rimando Giovanni esclamò Antonio preferisco che ci diamo del tu basta con questi convenevoli, certo che puoi non ci sono alberghi nel mio borgo e l’unico posto è la mia umile casa. Abito sopra la mia bottega Giovanni, vado su preparo una borsa con gli indumenti e poi partiamo. Antonio, si congedò, Giovanni rimase nella bottega ad aspettarlo, tornò pochi minuti dopo, pronto per la partenza.

 

 Insieme, caricarono il materiale in macchina, legarono il cavallo al paraurti posteriore dell’autovettura e pian piano si diressero a casa di Giovanni. Arrivarono che era quasi notte, Caterina oramai in ansia da ore ed ore, quando Giovanni varcò la porta, si fece il segno della croce, baciò le mani congiunte, si avvicinò abbracciandolo, nessuno preferì parola, secondi eterni, stretti l’uno all’altro. Poco dopo, entrò Antonio, carico come un asino da soma, pacchi e pacchi contenenti fogli di carta, altri matite ed altri ancora, tutto quel materiale preparato nella bottega, in più il suo bagaglio.

 

Giovanni presentò Caterina ad Antonio disse: Antonio, ti presento mia moglie Caterina, la mamma dei nostri figli Luca e Maria. Caterina lui è Antonio, il proprietario della bottega “Il maestro con la penna”. È al di là della collina, in una cittadina baciata dal sole. Antonio, ha ascoltato la mia storia e si è offerto a darmi una mano, tutti quei pacchi contengono quel materiale di cui ho bisogno per il progetto che ti parlavo, sai Caterina Antonio non ha voluto un centesimo, ha messo tutto di tasca sua a patto che potesse contribuire col suo aiuto alla realizzazione del mio progetto, abbiamo fatto un accordo, siamo amici e soci in questo lavoro. Ha chiuso la sua attività momentaneamente, forse la riaprirà un domani ancora non ha deciso. Nel mentre, alloggerà da noi, lavoreremo insieme.

 

Caterina sorrise, disse sarete stanchi ed affamati, poi chissà di quante cose dovrete parlare, vado in cucina e preparo qualcosa di caldo, appena pronto vi chiamo, ah Giovanni scusa, mostra la camera ad Antonio, così prende confidenza con la casa, sgombrare la valigia dai suoi abiti e riporli nell’armadio, mi raccomando pensaci tu mentre preparo. Detto fatto, Giovanni, prende il bagaglio di Antonio e l’accompagna nella sua camera, gli mostra accuratamente dove sistemare gli abiti, gli interruttori della luce ed infine il bagno interno alla camera stessa.

 

Nel frattempo, Giovanni raggiunge Caterina in cucina, l’abbraccia e l’aiuta ad apparecchiare mentre lei è intenta ai fornelli, nel preparare un buon pasto caldo, stappa una bottiglia di buon vino rosso disponendola al centro della tavola, a lato, la brocca di cristallo d’acqua fresca di sorgente. Nel mentre, Giovanni chiede a Caterina cosa ne pensa di Antonio, quale impressione le ha fatto. Caterina gli risponde che sinceramente non può esprimere alcun giudizio, l’apparenza è di una persona perbene, distinta. Poi, aggiunge, vedi Giovanni tu sei un uomo sincero, dubito che mai nessuno possa scalfire la tua indole, né tantomeno approfittare della tua bontà.

Poche parole bastarono a rincuorare Giovanni, d’altronde aveva preso una decisione avventata nel portare in casa sua un perfetto estraneo, considerando il fatto che aveva una moglie, due bambini piccoli e la cognata, tra l’altro signorina. Però, il suo istinto fino ad allora non l’aveva mai tradito, perché avrebbe dovuto farlo proprio allora nel momento topico della dimostrazione e realizzazione di un suo progetto che sicuramente gli avrebbe cambiato la vita?

 

Venne via dalla cucina, con mille pensieri in testa, aventi un unico scopo, quello di portare a compimento il suo progetto. Giunto in soggiorno svanirono all’improvviso come se fosse già realizzato. Intanto, fece la sua comparsa Antonio, disse: Giovanni, grazie la camera è bellissima, molto confortevole, il letto comodo penso che questa notte riposerò benissimo. Domani mattina, portami a vedere il tuo appezzamento, così, mentre lo mostri puoi spiegarmi appieno cosa intendi realizzare, solo in tal modo potrò esserti d’aiuto.

 

Caterina intanto, aveva già preparato in tavola e li chiamava con un fil di voce per non svegliare i bambini e la sorella Lucia. Giovanni, fece strada ad Antonio e si apprestarono a raggiungere la cucina. Si sedettero a tavola invitando Caterina a sedersi con loro per la compagnia e per essere al corrente dei loro programmi. Tutti e tre, seduti al tavolo iniziarono una piacevole conversazione che si protrasse fino a notte inoltrata, cominciando a chiedere ad Antonio di come fosse la vita al di là della collina per poi, arrivare a parlare delle idee di trasformazione di Giovanni e di come voleva apportarle al suo appezzamento. Andarono a letto che poco mancava all’alba, stanchi ma felici che qualcosa in ogni modo sarebbe cambiato.

 

Il mattino seguente, di buon ora, Giovanni era già pronto, quella notte fu la notte più breve che gli capitò, dormì a fasi alterne al dormiveglia! Sospensioni tra il sogno ed una realtà apparente, uno stress fisico e mentale non indifferente, ad ogni modo era lì seduto in cucina a bere la sua tazza di caffè con la testa gonfia di idee che ambivano d’essere materializzate. Caterina, lei era tranquilla, stanca ma infondeva sempre quel dolce sorriso a Giovanni motivandolo nella sua impresa. Poco dopo, fece la sua comparsa anche Lucia, pronta come dovesse andare sull’altare, Lucia era impeccabile, teneva molto alla sua persona, sempre in ordine, mai un capello fuori posto, d’altronde aveva delle piccole manie, quella precisione impeccabile e la passione per la pulizia. Sia Giovanni che Caterina, parlarono a Lucia mettendola al corrente che dalla sera prima, quando Giovanni rientrò dalla cittadina al di là della collina, aveva portato con sé un uomo, di nome Antonio, un amico appena acquisito e, l’avrebbe aiutato a compiere la sua impresa.

 

Lucia rimase perplessa, cominciò a fare domande, ad indagare. Disse: Giovanni, hai portato uno sconosciuto in questa casa, poche ore non servono a conoscere la gente, mi sembra una decisione avventata, hai penato ai bambini? E se fosse un malintenzionato? E poi, hai pensato a tua moglie? A Caterina, a me? Giovanni, sorrise e le disse: non vi dovete preoccupare, è un uomo a posto, ho scorto nei suoi occhi la bontà, dal mio racconto era catturato, pendeva dalle mie labbra, si vedeva chiaramente che già lo stava vivendo in prima persona. Poi, Lucia, tu non devi temere nulla, se l’avessi visto nel suo negozio, l’eleganza nei modi e nel vestire, il gusto. Lucia stortò la bocca ma non proferì parola. Anche Caterina intervenne perorando le parole di Giovanni, le disse Lucia, ieri sera io l’ho conosciuto, ero in pena per Giovanni, l’aspettavo col cuore in mano, ho pregato che tornasse a casa che non gli fosse accaduto nulla di irreparabile e proprio quando finì la mia preghiera, Giovanni aprì la porta di casa. Sempre sia lodato il Signore aggiunse facendo il segno della croce.

 

Ora stai calma, bevi il tuo caffè caldo e vedrai tu stessa, con i tuoi occhi ti renderai conto che quest’uomo l’ha inviato il Signore, ha accolto le nostre suppliche e Giovanni è stato il suo messaggero. Quella cucina, era piena di calore umano, di speranze, di un focolare sempre acceso e l’arredo, in puro massello racchiudeva speranze. All’appello, mancavano i due pargoli, Luca e Maria.

Per loro era ancora presto, avvolti nei sogni di bambini, dormivano tranquilli nel loro letto caldo. Il giorno, cominciava tardi, verso metà mattinata. Normalmente, a svegliarli era la zia Lucia, entrava nella loro camera cantando una vecchia canzone, quella che gli cantava la mamma, si sedeva sul lato del letto e dolcemente li svegliava, il tempo di strofinarsi gli occhi e subito dopo era lì ad aiutarli a lavarsi, poi, preparava i vestiti freschi e profumati da indossare nel nuovo giorno. Dopo, li accompagnava in cucina a far colazione, quando finivano, iniziava una giornata colma di studio e compiti. La zia Lucia era una maestra, aveva insegnato per qualche anno nella scuola del borgo, ma poi, dovette rimanere a casa in quanto non c’erano più bambini da istruire, oramai il borgo era quasi disabitato, quasi tutti l’avevano lasciato trasferendosi in altre località.

 

Buongiorno! Si sentì all’improvviso. Era Antonio, che ancor prima d’entrare in cucina, augurava il nuovo giorno con un cordiale saluto.

 

Buongiorno Antonio, risposero Giovanni e Caterina mentre Lucia, rispose soltanto con un timido buongiorno, d’altronde, i due non si conoscevano ancora. Caterina e Giovanni gli chiesero se avesse riposato bene e cosa preferiva per colazione, Antonio disse che aveva dormito come un ghiro, il letto era molto comodo ed invogliava il sonno, aggiunse poi ringraziando che al mattino beveva solo caffè, non aveva l’abitudine di far colazione mangiando, soprattutto se la sera prima aveva cenato abbondantemente. Antonio, che aveva notato Lucia appena entrato in cucina, si avvicinò le porse la mano e si presentò: piacere signora, Antonio De Maestri, ieri sera non l’ho vista qui. Lucia arrossì, gli strinse la mano e si presentò piacere Lucia La Penna. Antonio cominciò a sghignazzare, poi si scusò con Lucia e le spiegò il perché.

 

Lucia mi perdoni, non vorrei sembrarle maleducato, né tantomeno apparire per quello che non sono. Ho riso perché il mio cognome ed il suo hanno qualcosa che li accomuna, le spiego meglio. Al di là della collina, dove Giovanni mi ha fatto visita, ho una bottega il cui nome è “Il Maestro con la Penna”,

tratto articoli di cancelleria per lo più espressamente tecnici ed anche oggetti atti a misurare i terreni e quant’altro, Giovanni le può confermare. Lucia sentendo Antonio e la sua spiegazione, iniziò a ridere a crepapelle, addirittura, piangeva dal ridere, Antonio prese il suo fazzoletto dalla tasca e glielo porse, lo prese ringraziandolo, si asciugò gli occhi colmi di lacrime di gioia e poi aggiunse Antonio, il fazzoletto glielo rendo dopo averlo lavato e stirato. È molto gentile da parte sua ripose Antonio, stava per aggiungere altro quando Lucia lo interruppe e gli chiese se poteva servirgli una tazza di caffè. Sì grazie, rispose Antonio. Lo preferisce lungo, ristretto, amaro, dolce zucchero bianco, di canna? Gradisce una fetta di torta, dei biscotti? Vuole allungarlo col latte? Grazie troppo gentile Lucia, bevo solo una tazza di caffè, lungo e amaro, nient’altro. Va bene Antonio, eccovi servito.

 

Lucia, serve Antonio e si congeda per andare a vedere se i bambini stanno ancora dormendo.

 

Giovanni, hai dormito bene? Sei pronto a portarmi a visionare il tuo appezzamento, domanda Antonio. Beh, proprio bene no, ho dormito a fasi alterne al dormiveglia, comunque, ho riposato grazie. Sì, sono pronto forse è meglio che cambi le scarpe, necessitano degli stivali se non li hai, posso prestarti un paio dei miei, qui sono d’obbligo, il terreno è sempre fangoso, le tue non vanno bene, tra l’altro sono di ottima manifattura da quanto vedo e mi dispiacerebbe se le rovinassi, dai vieni che ti mostro dove tengo l’abbigliamento per andare nei campi, così scegli gli stivali che ti calzano meglio e possiamo uscire per cominciare il giro di ispezione. Detto fatto, i due erano già in cammino per l’appezzamento di Giovanni, Antonio aveva portato con sé dei fogli di carta, lapis ed un nastro metrico. Ogni tanto, si fermava e riportava sulla carta la planimetria dell’appezzamento. Intanto, Giovanni gli parlava di questa e quella zona e di cosa voleva realizzare, Antonio, nel mentre, annotava le idee di Giovanni a lato del disegno che abbozzava man mano.

 

 

Quel mattino, iniziò con un tono diverso, differente dai giorni che avevano vissuto, anche il tempo era migliorato, non piovve per nulla e i due amici potettero girare in lungo e in largo per l’appezzamento, prendendo nota di qualsiasi riscontro accertato e di tutte le informazioni che Giovanni aveva da proporre, d’altro canto, Antonio continuava il suo lavoro certosino nel disegnare accuratamente tutta l’area che stavano percorrendo, annotando considerazioni sue e le osservazioni di Giovanni. Dato la giornata insolita, senza acqua, stettero fuori tutto il giorno, non fecero rientro a casa per pranzare, utilizzarono al meglio quelle ore di luce concesse dal tempo clemente. Rincasarono la sera, con l’ultima luce di un tramonto velato.

 

Il tempo di togliersi da dosso quei vestiti da lavoro infangati, lavarsi e cambiarsi, ed erano tutti riuniti a tavola per la cena. Fu quella sera che Antonio conobbe Luca e Maria. Caterina, occupava il posto di capotavola con le spalle alla cucina mentre i bimbi, erano seduti sui lati lunghi del tavolo, Maria era alla destra della mamma, accanto, la zia Lucia, Luca invece, sedeva sul lato opposto alla sorella, sempre vicino alla mamma e a fianco del papà. A capotavola, di fronte a Caterina, sedeva Antonio. I bambini, nella loro ingenuità, cominciarono a fissare Antonio, poi come in un gioco di chi ride per primo a sorridergli. Luca, che non era per nulla timido, esordì dicendo: ciao, io mi chiamo Luca, tu come ti chiami? Rotto il ghiaccio, Maria emulò il fratello facendo lo stesso. Antonio rispose ad entrambi, si presentò. I bimbi, non aspettavano altro, cominciarono a tempestarlo di domande: da dove vieni? Cosa fai? Sei sposato? Hai dei figli? Giovanni e Caterina li ammonirono, bambini basta con le domande adesso si mangia, dopo, se Antonio vorrà, vi risponderà ma adesso, per cortesia basta, fate silenzio.

 

Finita la cena, Lucia si alzò per sparecchiare, i bimbi già stavano per abbandonare la tavola ma vennero subito ripresi dai genitori e dalla zia, bambini dove state andando? Rimanete seduti, nessuno vi ha detto che potete lasciare la tavola. Uffa! reclamarono all’unisono. Antonio, sorrise ad entrambi strizzando l’occhio ed i bambini si riaccomodarono occupando con compostezza il posto che stavano per lasciare. Mentre Lucia lavava i piatti, Caterina preparò il caffè, Antonio nel frattempo chiese di potersi assentare un istante, ritornò poco dopo con un rotolo di carta da disegno. Bevvero il caffè, la tavola venne sgombrata e vi dispiegò quel rotolo come fosse una pergamena. Disse, Giovanni, qui ho disegnato il tuo appezzamento, ho preso delle misure che ho riportato come puoi ben vedere, inoltre, ho annotato per ogni zona quello che mi dicevi oggi, cosa volevi realizzare e quali difficoltà presentava il terreno.

 

Nell’osservare la precisione del disegno, tutti rimasero senza parole, era una vera e propria cartografia, sembrava stampata. Antonio aggiunse che non era finita, necessitava di un’altra visita sul luogo per prendere delle misure, anche perché, il terreno non era tutto sullo stesso livello, alcune aree erano depresse, al di sotto delle altre e per questo per effetto della piovosità eccessiva, sembravano piscine. Increduli sull’abilità e la bravura di Antonio, gli chiesero di come avesse fatto in una sola giornata a realizzare una planimetria così dettagliata e precisa. Antonio, arrossì, ringraziò tutti per i complimenti ricevuti e poi aggiunse: cari amici, miei nuovi amici, dovete sapere che sin da bambino, avevo la passione per il disegno, ritraevo qualsiasi cosa che vedevo, anche quelle cose che erano soltanto frutto della mia immaginazione. A scuola, la maestra un giorno, convocò i miei genitori e mostrò loro i miei disegni. Erano sulle pagine del mio quaderno, fogli che continuamente venivano da lei strappati durante la sua lezione in quanto io mi assentavo nel disegno non ascoltando la lezione. 

 

Lei, molto attenta, se ne accorgeva sempre, passava tra i banchi e puntualmente strappava accuratamente la pagina dal mio quaderno sequestrandola. Per punizione, ero obbligato a studiare dal libro, tutto quello che aveva spiegato. Sul quaderno, dovevo scrivere una relazione ed esporla in classe il giorno seguente durante l’interrogazione. Così ho trascorso i giorni della mia infanzia immerso nel disegno di giorno, per poi, recuperare la sera e la notte, quello che avevo perso durante la lezione del mattino in aula.

Confesso che ce l’ho sempre fatta, nonostante il mio vagare della matita sul foglio del quaderno, riuscivo a recuperare brillantemente. Ad ogni modo, quel giorno quando i miei genitori vennero convocati dalla maestra, lei non si lamentò di me, anzi, gli disse che avevo una buona mano, non era da tutti, soprattutto per un bambino che non aveva alcuna nozione di disegno.

 

Mostrò loro i miei schizzi, gli consigliò di non ostacolarmi nelle mie scelte future, sicuramente, asserì, vostro figlio proseguirà gli studi in una scuola che sicuramente la materia fondamentale avrà come fondamenta il disegno. Questo è quanto mi venne raccontato dai miei genitori quando mi laureai in architettura. 

 

Da allora, mi sono occupato di tante cose, ho approfondito gli studi con la pratica, lavorato in luoghi lontani, come cartografo, in ogni luogo dove venivo trasferito, il mio lavoro era quello di rilevare il terreno e riprodurlo disegnandolo su carta, serviva ad avere l’idea giusta affinché un progetto potesse essere realizzato. Dava, l’esatta cognizione del dove l’opera sarebbe stata realizzata, ponendo in chiaro, tutte le problematiche che il terreno rappresentava per essere affrontate, infine risolte.

 

E quando tu, Giovanni sei entrato nella bottega chiedendomi fogli da disegno e matite, raccontandomi del tuo progetto davanti a una tazza di tè caldo, hai fatto rinascere in me il sentimento per cui avevo sempre vissuto, giorno dopo giorno, sino a quando, scelsi per forza di causa maggiore, di dare inizio ad una nuova vita, inventandomi un nuovo lavoro. Così, nacque l’idea di inaugurare la bottega “Il Maestro con la Penna”. In questo modo avrei potuto essere ancora d’aiuto a chi come me, ha una passione e non vuole demordere sino a che non la realizza.

 

Tutti, rimasero ammutoliti nell’ascoltare la storia di Antonio, l’espressione dei loro volti, era completamente catturata dal suo breve racconto e gli occhi, riflettevano la sua vita mentre la mente la viveva. Anche Luca e Maria l’ascoltarono con vivo interesse, come fosse la storia di un nonno ai suoi nipoti. Lucia, si commosse e senza farsi scorgere, si girò verso i fornelli domandando preparo un altro caffè? Chi lo gradisce?

 

Giovanni e Caterina, cercavano lo sguardo dell’uno sull’altra e quando s’incontrarono, fu come un discorso tra i due, senza parole. Antonio, rispose a Lucia, grazie molto gentile Lucia, volentieri, berrò anche il suo caffè questa mattina, un’altra giornata ci aspetta, vero Giovanni? Bisogna cogliere l’attimo, oggi il tempo sembra stabile come ieri, se la fortuna ci assiste, potremmo anche finire il lavoro iniziato.

 

Parole sante Antonio, gustiamoci un altro caffè e poi usciamo, oggi conto di finire il giro, come prime tappe, mi dedicherei ad ultimare quelle aree dove avevi bisogno di altre misure, poi completiamo il giro con le ultime rimaste. Il presupposto, mi pare ottimo, la decisione non manca, quindi, voglio azzardare ad affermare che oggi, concludiamo tutti i rilievi. Bevuto il caffè, i due, salutarono ed uscirono da casa.

 

Lucia e Caterina, iniziarono a parlare tra loro, commentando quello che avevano udito nel racconto di Antonio, mentre i bambini andavano in camera pronti per iniziare una nuova giornata di studi con gli insegnamenti della zia Lucia. Antonio era arrivato in quella casa da un giorno e già si sentiva un’aria di cambiamento, Giovanni non aveva sbagliato nella sua scelta, Caterina e Lucia nel loro parlare erano entrambe d’accordo che quella era stata una scelta sì di Giovanni ma guidata dalla mano del Signore.

 

Si respirava tranquillità, non che prima non ci fosse, ma sembrava che i sogni potevano cambiare, la speranza, si era ravvivata, come la fiamma di un falò con l’aggiunta di un nuovo ceppo da ardere.

 

E sì, pronunciò Lucia mentre si apprestava a raggiungere i bambini. La vita è come l’amore va alimentata, basta poco per renderla viva. Caterina, le rispose, aggiunse: Lucia, che cosa stai dicendo?

Nulla, nulla erano delle considerazioni a voce alta. Aprì la porta e si immerse nella lezione con i suoi nipoti, ma non le fu semplice iniziare, i bambini iniziarono a chiederle: zia, anche tu sai disegnare?

Hai insegnato in altre scuole oltre a quella del borgo? Cos’è un cartografo? Cosicché, dovette cambiare il programma e quella mattina insegnò loro la geografia, prese il suo libro, l’aprì alla pagina iniziale del capitolo relativo alla geografia, dispiegò la cartina del mondo ed iniziò la sua lezione.


..............Continua ...................


02 Novembre 2014 © Salvatore Brigante

 








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